Una strada
Guidavo.
Era gennaio. Guidavo spesso su quella strada, era la strada per andare a casa. Era sempre diversa, quella strada, ma sempre così uguale. Passavano le stagioni ed era prima fredda, velata di quella brina che ricopre il mondo alle sette del mattino, mentre tu guidi stanco. Ad aprile invece si bagnava di luce e tu aprivi il finestrino per far entrare l’odore della primavera. Poi era un tripudio di foglie, verdi, tante, tantissime, che vibravano come l’aria che saliva dall’asfalto bollente in un agosto fatto di pomeriggi pigri. Alla fine arrivava settembre e la strada si infiammava dei colori dell’autunno e così via, anno dopo anno, come una fenice fatta di asfalto, di rami e di cieli che mi passavano sopra. Ogni anno uguale. Ogni aprile, ogni agosto ed ogni settembre. Anche se ogni anno te eri sempre un po’ meno uguale.
Cambiava anche la modalità da cui la scrutavi la strada. Prima dal finestrino della vecchia auto dei tuoi, poi da quello di un autobus, poi dalla visiera di un casco mentre guidavi il motorino di un amico a cui l’avevi fregato, così per farti un giro, infine da quella macchina che stavo guidando, mentre pensavo che la strada era proprio uguale al gennaio dell’anno scorso. Era bello che quella strada non cambiasse mai.
Ho anche pensato che tra qualche anno magari il Comune potrebbe decidere di tagliare tutti gli alberi che costeggiano i margini. Magari quella strada non sarà più tanto uguale a come me la ricordavo, poi. Però ho pensato anche che magari qualcuno, più avanti, forse si ricorderà di quella strada sempre così, senza un albero, brulla, vagamente malinconica. Era bello sapere che per lui quella strada sarà sempre stata così. Mentre passano le stagioni. Anno dopo anno.
Guidavo.
Era gennaio?
Non me lo ricordo più.