Monday, May 13, 2013

Autoscatto

Disteso sul materasso osserva il soffitto. Una crepa si apre nell’intonaco. Metaforico, pensa, ma nessuna metafora gli viene in mente. Lo sguardo corre tra gli angoli della stanza, scivolando lungo gli spigoli. Alle medie il professore di matematica gli aveva raccontato un aneddoto. Cartesio, individuo fragile e facile ad ammalarsi, un giorno giaceva a letto malato e scorse una mosca camminare sul soffitto. Guardando la mosca, si rese conto che la sua posizione si poteva determinare univocamente specificando la sua distanza da due muri perpendicolari. Era stato inventato il piano cartesiano. Pazzesco.
Chissà, magari anche a lui un giorno sarebbe venuta un’ intuizione del genere. Si guarda attorno furtivo. Nessuna mosca in vista, fa troppo freddo. Si gira su un lato, chiude gli occhi e pensa che i professori delle medie stanno tutti morendo.

Squilla il cellulare. Non se ne accorge subito, la canzone che usa come suoneria inizia con un lungo crescendo, quasi impercettibile. Quando la vibrazione diventa più insistente si rigira sul materasso un paio di volte, affonda le mani nelle tasche e alla fine riesce a tirarne fuori il telefono. Osserva lo schermo, è sua madre. Lo lascia squillare a vuoto finché a metà del primo ritornello si silenzia di nuovo.
Non ha voglia di parlare. Nessun motivo particolare, odio, rabbia, rifiuto o quelle robe là. I sentimenti sono come acquarelli, vanno saputi diluire. Ma un vago disprezzo, più generalizzato, generazionale se si vuole (quanto gli piace quella parola), ecco questo sì.
I suoi genitori. E come loro tutti quelli nati tra la metà dei Cinquanta e l’inizio dei Settanta. Troppo giovani per aver vissuto il 68, troppo vecchi per l’epoca digitale, una generazione schiacciata tra le due rivoluzioni culturali di fine secolo. Li sentivi spesso ripetere che si stava meglio quando si stava peggio, dandosi di gomito e alzando le sopracciglia compiaciuti. Gli echi di lotte mai combattute e gli spettri degli anni 80, la mano che si allungava ad aumentare un po’ il volume quando alla radio passavano qualche canzone della “loro giovinezza” (ancora alzata di sopracciglia compiaciuta) e il canticchiare impacciato in un improbabile inglese mancando i due terzi delle parole. Col passare degli anni avevano fatto della lagna un’arte ma sarebbero in ogni caso morti meglio di come erano nati. Galleggiavano sulla storia come meduse anche se, si sa, la storia la pensano di fare tutti salvo poi ritrovare la propria generazione compressa in dieci righe in fondo al libro del figlioletto liceale, stretta tra Tangentopoli e gli esercizi di fine capitolo.
Ma non c’era niente che potesse spartire con loro a parte qualche parola di circostanza. Nente che potesse imparare da loro e niente che avesse voglia di insegnargli. Le loro esistenze viaggiavano su binari separati osservandosi annoiate da dietro i finestrini. Non aveva voglia di parlare.

Una volta, quasi per errore, frugando negli angoli più dimenticati di un vecchio mobile trovò una scatola. Dentro: un orologio fermo sulle quattro in punto di chissà quale giorno e di chissà quale anno, una lettera scritta a mano e un album di fotografie. L’orologio, si disse, non era male, aveva un certo fascino retrò, gli avrebbe cambiato la batteria e riutilizzato, perché no. Non lo fece mai, lasciando l’orologio congelato su quell’attimo indistinto.
Prese la lettera. Gli faceva un effetto strano, era come osservare un fossile pronto a polverizzarsi tra le sue mani da un momento all’altro. Ci mancava solo che fra le pieghe della carta spuntasse una tessera di Blockbuster e poi il quadretto paleontologico sarebbe stato perfetto. La mise via con vago pudore, senza dedicargli ulteriore interesse.
Cominciò a sfogliare l’album fotografico. Era rilegato in plastica, con delle fantasie tropicali sulla copertina, senza dubbio frutto della raccolta punti di qualche supermercato.
Una delle prime foto era un ritratto di suo padre. Paesaggio marittimo, non ben specificato. La Grecia, forse. Il viso è abbronzato e leggermente fuori fuoco, una camicia troppo larga e dei pantaloni troppo lunghi, arrotolati malamente in fondo alla caviglia. Un particolare dettato solo dalla praticità. L’espressione è contratta in un sorriso goffo, come alla ricerca di un posa arrivata in ritardo rispetto allo scatto, figlia di un tempo non ancora troppo abituato a trovarsi di fronte a un obiettivo. I colori sono desaturati, il mare è quasi grigio, la scena sovraesposta.
Ne accarezzò i bordi con le dita.
Un’invidia remota cominciò a montargli dentro. Quella cosa non gli piacque per niente.
Non sapeva spiegarsi bene il perché. Forse per quel suo essere tutta sbagliata senza alcuna intenzione di apparire tale. Forse per quel sorriso imbarazzato, come di chi era solo di passaggio, così diverso da quell’euforia di plastica scolpita nei ritratti dei suoi coetanei, in cui tutti sembravano divertiti, perchè bisognava divertirsi, perchè la tristezza e la noia erano l’ultimo dei tabù. Se poi accidentalmente proprio ci si sentiva giù tanto valeva sottolinearlo in nature morte traboccanti di spleen: un libro aperto su un comodino, con la copertina rivolta verso l’alto per far leggere bene il titolo; la cenere che pendeva da una sigaretta e un bicchiere finito in un angolo; le geometrie di una finestra, il cielo a tempesta fuori. Una galleria di banalità restaurate e smaterializzate in una nuvola di server riempiti di foto di nuvole. Che belle le nuvole, che bella la malinconia, che bello essere felici di essere tristi, lo diceva Hugo, chi è Hugo, ma guarda le nuvole, che belle le nuvole.

Si rigirava la foto tra le mani. La capovolse e la raddrizzò. Suo padre continuava a sorridergli. Quasi se ne stupì.

Ogni giorno sulla moltitudini di schermi da cui era circondato decine di immagini gli scorrevano davanti agli occhi. Scatti incredibili, perfettamente calibrati nei contrasti e nei toni, risoluzioni gigantesche e profondità di campo infinite, al di là delle possibilità di una retina umana. Inevitabile, però, che nel momento in cui la tecnica raggiungeva inimagginabili vertici di perfezione a qualcuno venisse voglia di mettere i baffi alla Gioconda. E così ecco il microcosmo della fotografia 2.0, in cui tutto era sempre più iper filtrato, sgranato, difettato, un’ artificiosa autenticità cercata nell’ invecchiamento forzato,di una pellicola inesistente, perché tutto è più romantico vent’anni dopo, passati per davvero o in un colpo di processore. E poi vecchio, nuovo, ieri, domani  qui, lì, cosa volevano dire più? Anacronismi, il tempo e lo spazio erano diventati concetti orizzontali. Un presente eterno ed immobile ma sempre narrato con piglio personale. Scattavi e poi bastava un leggero passaggio del pollice sullo schermo per bruciare sotto il sole della California degli anni settanta, immergersi in un grigiore brezneviano che puzzasse di malinconia e cortina di ferro, donare ad un anonimo tramonto tinte infuocate e tragiche, trasformare lo squallore di una piazza di provincia in una cartolina d’epoca.
Adeguare il ritratto del mondo alle proprie suggestioni, omologandosi nella differenziazione, differenziandosi nell’omologazione.

Osservandola meglio scoprì particolari che non aveva notato subito. La scia di una barca sullo sfondo e quella di un aereo nel cielo. Una spiaggetta che si apriva tra gli scogli. Decine di ombrelloni come minuscole costellazioni di puntini colorati.

Aveva letto un articolo. Un militare israeliano, ventenne, aveva postato sul web una foto: il mirino del suo fucile da cecchino che inquadra la testa di un bambino. Il tutto decorato da un irreale effetto seppia. La foto aveva ovviamente destato molto scandalo e presto rimossa ma non era l’unica immagine del genere. C’era chi si faceva riprendere mentre giocava a carte con i documenti d’identità palestinesi (miniatura); chi mostrava sulla t-shirt la scritta “Il mio primo proiettile, il suo ultimo respiro” (filtro granulare); chi aveva postato la foto di un’auto rovesciata commentando: “Oops…un arabo in meno” (vignettatura). Allo stesso modo da quando si era passati da “I fatti separati dalle opinioni” a “La tua opinione è un fatto” le gallerie dei quotidiani online erano piene di immagini di improvvisati fotoreporter che non si risparmiavano elaborazioni digitali a colpi di app neanche di fronte a stragi, terremoti e inondazioni. In piedi sulle macerie con il dito che scorre sullo schermo. In alto i vostri smartphone come antenne volte al paradiso.
Non ci trovava niente di grottesco però. Non che ci avesse mai riflettuto veramente. Come un pesce che nuota nel mare non si chiede certo cos’è l’acqua, è lì tutto attorno e non ci fa caso. Lo stesso mezzo era semplicemente applicato ad una diversa definizione di quotidianità. C’era chi, a vent’anni, fotografava gli amici, i bicchieri di spritz, gli alberi dei limoni a primavera, le sneakers ammaccate, le nuvole fuori dal finestrino dall’aeroplano che ti sta portando verso il tuo week end a Londra. C’era chi, a vent’anni, sparava. Ma era bello che tutti lo potessero sapere, bicchieri, scarpe, fiori, mani, occhi, nuvole, stelle, albe, tramonti, proiettili, non importa, coelum non animum mutant qui trans mare currunt, sai di essere vivo nel momento in cui gli altri ti riconoscono come tale, con uno sguardo, un applauso, una stretta di mano, uno sfiorarsi involontario su un autobus affollato, un Like su Facebook. Guardatemi vivere, le cose, la gente, faccio, vedo, esisto.


Chi aveva scattato quella foto? Un mondo si apre davanti ad una lente e un altro ci si nasconde dietro. Trovò quell’indeterminazione molto fastidiosa.


Il tempo passava in fretta. Sugli inserti domenicali dei giornali già si leggevano gli opinionisti rimpiangere i giorni degli sms ormai surclassati dalla messaggistica istantanea. Erano romantici a loro modo, il brivido dell’attesa e così via. Dieci anni prima sugli stessi inserti comparivano legende per interpretare gli “smiley”, scritto tra virgolette perché era una parola esotica. Gli sms, si diceva, erano la rovina della lingua, l’italiano stava morendo. Gli opinionisti, poi, erano quasi tutti morti loro e i superstiti ora impugnavano il vecchio Nokia 3310 come Cyrano impugnerebbe la penna d’oca.
Chissà cosa avrebbe pensato tra vent’anni guardando ancora quelle foto. Le avrebbe trovate romantiche? Patetiche?  In fondo quella era la prima generazione della storia dell’umanità ad avere documentato quasi quotidianamente il tempo che gli scorreva addosso e quello che aveva buttato. Che effetto gli avrebbe fatto l’indelebile revival di sé stesso? Avrebbe fatto sedere il figlio piccolo sulle ginocchia, aperto la sua pagina Facebook, scorso la timeline indietro, indietro e ancora indietro, frugato tra i vecchi tag ed indicando con il dito: guarda quello è il babbo ubriaco, che faccia buffa vero? L’Erasmus in Spagna, le vacanze in Croazia, le luci di una discoteca di Berlino, la mia ragazza dell’università, una gran troia, la cena con gli amici del calcetto, la mostra di Dalì a Firenze, gli amici del calcetto strafatti. Guarda eravamo giovani, belli e senza alcun sogno. Un museo di vita vissuta per sbaglio, figliolo, ma la vita vale la pena viverla proprio perché a un certo punto sarai giovane e potrai ricordarlo. Rimpiangerlo, se vorrai. E poco importa se consegniamo le nostre esistenze ai posteri scandite dalle foto degli aperitivi perché sai una cosa? Quegli aperitivi erano maledettamente buoni e tornassi indietro non ne salterei nemmeno uno. Tuo padre è uno che non ha rimpianti, figlio mio.

Ripose la foto nell’album e chiuse la scatola. Se ne dimenticò presto e tornò di buon umore.


Disteso sul materasso osserva il soffitto. Una crepa si apre nell’intonaco. Allunga la mano verso il comodino e afferra il telefono. Lo punta verso l’alto, scatta una foto. La crepa compare sullo schermo. La guarda ma nessuna metafora gli viene in mente.





Wednesday, April 3, 2013

Sillaba

Hai scelto una bella giornata, amica,
Piacerebbe anche a me andarmene a primavera,
allo stesso modo di quando arrivai.
Rientro in casa e se ascolto sento i tuoi passi.
Morire è solo non essere visto.

Ora vai.
Ti mando una carezza, amica.
Eravamo di passaggio, qui.
Ma mi manchi già.

Friday, March 8, 2013
Monday, March 4, 2013

Non est disputandum

Che noia la truffa buonista del dover “accettare il diverso”. Un’azione totalmente passiva, uno scocciato prender nota dell’eterogeneità del reale, la morte termica delle idee, lo sticazzi della dialettica. Mandrie di soggetti e di oggetti, di parole e di persone che ci galoppano sotto gli occhi senza il minimo sussulto intellettuale. Tutto è relativo, vivi e lascia vivere, il mondo è bello perchè è vario. Uno sbadiglio, due sbadigli, tre sbadigli.
Lasciatemi qui, nella mia ostrica, a lucidare la perla che ho vomitato, di capire il diverso non ne ho il tempo, facciamo che me lo segno, poi domani ci penso.

Saturday, January 5, 2013

Plaudite, cives

Nell’era dei social network la morte di un personaggio famoso è ormai un evento collettivo. E’ la globalizzazione del dolore. La notizia è seguita in tempo reale da una pioggia di link, video, commosse citazioni, hashtag ad hoc. Difficile astenersi dall’esprimersi: d’altronde se se ne ha la possibilità perchè non farlo? In fondo l’atto dell’omaggio e del ricordo virtuale non è così complesso, internet funziona molto bene da (confusa) memoria collettiva dalla quale attingere lo spezzone di intervista, il passo del libro o l’aforisma che preferiamo, a volte senza averne mai avuto conoscenza prima. Nel taglia e cuci commemorativo possiamo accuratamente selezionare cosa vogliamo ricordare e cosa no, fregiandoci delle parole che più si avvicinano al nostro sentire (o al nostro interesse), avvalendoci, peraltro, dell’autorevolezza che la morte dona ad ogni cosa.
Lo slancio empatico è spesso assolutamente reale, è la socializzazione del dolore con la consolazione della condivisione.
L’altra faccia della medaglia è l’ormai consueto umorismo nero sul famoso appena deceduto. Scherzare con la morte, in particolare se quella di un’icona, è il miglior modo per sentirsi dei provocatori senza tanto sforzo in una corsa contro il tempo alla battuta tagliente in 140 caratteri contro milioni di altri fini umoristi del web col risultato che quando tutti provocano nessuno lo fa. E’ il grado zero del cinismo.
Certo i tempi di vita medi di entrambi i fenomeni sono brevi. Il flusso entropico di informazioni è inarrestabile e nel giro di qualche ora il morto di turno sarà già dimenticato, sommerso da tweet spiritosi, malinconie facebookiane, foto di gatti e così via.
D’altronde la vita va avanti: basta premere F5.

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Sunday, December 9, 2012

(Source: durianseeds)

Sunday, November 4, 2012
Amo l’autunno, questa triste stagione si addice ai ricordi.
Quando gli alberi non hanno più foglie, quando il cielo conserva ancora al crepuscolo la rossa tinta che indora l’erba appassita,
è dolce guardare spegnersi tutto ciò che poco fa bruciava ancora in noi.
Flaubert, Novembre

(Source: lamiapelleecartabianca)

Sunday, October 28, 2012
Io non sono io e neppure l’altro
Son qualche cosa di intermedio
pilastro del ponte del tedio
che da me va verso l’Altro.
Mario de Sà-Carneiro
Monday, October 22, 2012

Le geometria non perfetta delle cose

È nella geometria non perfetta delle cose
che mi rifugio,
in quella di una mano che si allunga
a raccogliere una foglia,
quella delle linee che corrono su una
e delle venature sull’altra,
nella sconnessa sequenza della pioggia
che cade
come un mare verticale,
in quella della neve,
che ancora non è.







Friday, October 12, 2012
La classe borghese offre più figli di quanti sono i mestieri borghesi richiesti dal capitalismo. Questo surplus farà le rivoluzioni. Ma rivoluzioni borghesi. Michel Clouscard